Żółw czerwonolicy (samiec)

02 gennaio 2014 – sono le 02.00 è ho appena terminato di leggere un libro che parla appunto del downshifting, ossia della scelta di “accontentarsi di qualcosa di meno per godersi qualcosa di più”. Il processo di downshifting è un percorso personale di consapevolezza che impone di considerare la propria vita come un cesto da picnic in cui inserire i valori che per noi hanno più importanza imponendoci però di fare delle scelte (sempre che, ahimè, non le abbiano fatte altri per noi) dal momento che non c’è spazio per tutto. Ovviamente il lavoro la fa da padrone dal momento che dedichiamo all’attività lavorativa sempre maggior tempo e questo a discapito della famiglia, delle relazioni, delle passioni, dello svago e anche dell’amore ma anche a discapito della salute e del benessere fisico.

Il processo in sé è abbastanza semplice in quanto impone una valutazione critica della aree della propria vista in cui è possibile fare un passo indietro per recuperare quanto lasciato indietro, impone la definizione di un piano d’azione e la fissazione di una tempistica di rispettare proprio per consentire al processo di compiersi. Di primo acchito sembra quasi una ricetta senza particolari segreti, da seguire passo passo, per scalare marcia e apprezzare maggiormente il percorso della nostra vita. Certo che il percorso presente i suoi aspetti critici, dopotutto i cambiamenti sono critici per definizione. Beh, dove è il problema, direte allora voi? Lasciate che vi esponga la mia convinzione (perché sono convinto di quello che vi dico anche se sono conscio del fatto che ogni opinione e convinzione è criticabile): il processo, nella sua sostanza più profonda, non è un downshifting della situazione ma un più radicale shifting della persona. Parliamo chiaramente, il presupposto del processo è che la persona cambi se stessa, prima ancora che cambiare il contesto in cui si trova ad operare o perlomeno così la vedo io se vogliamo che il processo porti dei risultati concreti. Chi decide di fare downshift per esempio del proprio lavoro e dunque della propria vita deve proiettarsi in una arena che forse non è dissimile da quella in cui è stato impegnato per gli ultimi anni ma vestendo panni diversi, vedendo il tutto con prospettive diverse, e giocando ruoli nuovi e differenti. È prima di tutto un gioco mentale, dove occorre vedersi indossare abiti nuovi e ragionare in termini innovativi. Vedetevi, visualizzatevi e parlate come un nuovo voi e così saprete se state imboccando una strada degna di voi.

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FORSE NON DI MENO, NON NECESSARIAMENTE DI PIU’, DI CERTO QUALCOSA DI DIVERSO

01 gennaio 2014 – sono le 01.30 del nuovo anno e sto facendo zapping come a volte mi capita prima di andare a dormire. Questa notte non ci sono i soliti programmi della notte ma tutta una nutrita serie di interviste dove politici, personaggi dello spettacolo, opinionisti e vi dicendo commentano il 2013 che abbiamo appena lasciato dietro l’angolo ed esprimono desideri su come gradirebbero fosse il 2014. C’è chiede la pace nel mondo, chi maggior rispetto per l’ambiente e chi dice che non val la pena di dannarsi l’anima visto che è già tutto scritto; tirando le somme sulle diverse opinioni abbiamo che tutti, che per un verso chi per l’altro, giudica negativamente il 2013 e si auspica un 2014 “migliore”.

Concordo, intanto, sul fatto che il 2013 sia stato un anno che ha messo a dura parecchie persone ( se non l’intero paese) in termini di crisi del lavoro, instabilità politica, maggiori tasse e spese, perdita di potere d’acquisto e altre sciagure bibliche; ciò che invece mi lascia un attimo perplesso è l’auspicio affinché il nuovo anno sia migliore. Migliore… migliore…migliore… mah!? Non mi fila come parola, è per questo che ho qualche riserva, un po’ come dire che di sicuro nel 2014 ci impegneremo di più accettando però, implicitamente, le stesse regole del gioco che sono valse per il 2013. Ma queste regole ci andavano veramente bene? Le avevamo accettate o semplicemente mandate giù, come un boccone amaro o insipido? O magari non ci avevamo neppure pensato? Stringendo stringendo, se proprio dobbiamo esprimere un proposito per l’anno nuovo  vale la pensa impegnarsi promettendo un generico “maggior impegno”? O forse è arrivato il momento di fare qualcosa di diverso, di cambiare quelle stesse regole che noi stessi ci siamo imposti, dicendoci che andavano bene così?

Pensiamo al 2013 e a tutti quei termini che abbiamo sentito ripetere fino a quasi averne la nausea: spread, pil, licenziamenti, cassa integrazione, produttività e pensiamo per un attimo a quei  doveri che ci siamo imposti a livello individuale: reddito, produttività, performance, tempo, e via di seguito. Ora, per puro esercizio, immaginiamo di impegnarci per il 2014 proprio in questi medesimi termini: maggior reddito, aumento della produttività, miglioramento delle performance e più efficiente gestione del tempo. Continuiamo ora, sempre per puro esercizio, ad immaginarci da qui ad una anno con ben 365 spesi a realizzare i nostri propositi ma senza aver conseguito reali e concreti risultati tangibili; che faremo l’anno prossimo? Continueremo a insistere pigiando sugli stessi tasti che ben poco hanno da dare o imprimeremo una svolta ai nostri progetti e proponimenti?  Non so voi, ma io ho l’impressione che già da questo anno è opportuno correggere il tiro fissando obiettivi “diversi”. Volete uno spunto? Ce ne sarebbero ben più di uno da proporre  ma uno di questi mi penso vi stimolerà parecchio, si tratta della “diversificazione delle abilità”.  Ecco quello che dovete fare. Pensate al vostro lavoro e preparatevi a valutarlo nei diversi modi in cui può essere svolto; non dovete cambiare il vostro lavoro (a meno che non lo vogliate espressamente)  ma cambiare le modalità con cui lo svolgete o con cui svolgete alcune fasi di esso. Questo processo in quattro step è utile  sia per chi è dipendente che per chi è in proprio.

step n. 1 – prendete carta e penna e abbastanza istintivamente stilate un elenco di parole che descrivano le modalità con cui svolgete il vostro lavoro. Le parole potrebbero essere: noioso, lento, veloce, stressante, preciso, interessante, impegnativo, ecc. Secondo me una lista di 5-10 parole va più che bene;

step n. 2 – adesso individuate quelle parole che, semplicemente, vi piacerebbe cambiare. Anche qua fate la vostra scelta di pancia, lasciando stare cuore e cervello;

step n. 3 – rimpiazzate ora le parole con altre che considerate maggiormente attraenti per il contesto in questione;

step n. 4 – considerate le singole parole una alla volta,  nella loro importanza e pregnanza e ponetevi, in rigorosa sequenza, le seguenti domande per ciascuna parola;

  1. come dovrebbe essere il lavoro perché la parola lo rappresenti onestamente?
  2. cosa dovreste fare voi perché il lavoro si svolga proprio nel modo che vi rappresentate?
  3. quale è il primo passo da fare perché il lavoro si svolga e si sviluppi proprio in questi termini?

step n. 5 – annotate il tutto su un foglio e ammiratelo  perché questo è un buon progetto per reinventare il lavoro (o la fase del lavoro) da cui siete partiti. Concentratevi ora sulle risposte che avete dato alla domanda n. 3 fissate un termine, un scadenza, entro cui compiere il primo passo. Ora il progetto è diventato un piano d’azione e se volete, mentre muovete i primi passi, prendete nota dei passi successivi che vi verranno in mente.

Vi auguro un 2014 da accettare serenamente, da vivere semplicemente e da amare sinceramente.

 Cristian